Lo sapevi che

La plastica nel piatto: dal pesce ai frutti di mare

Una quantità sempre maggiore di plastica sta finendo nei nostri piatti. Sono particelle che si trovano lì per svariate cause: gettati in mare come spazzatura o trasportati attraverso fogne o corsi d’acqua. Una volta nel mare, i detriti degradano lentamente, soprattutto se esposti alla luce solare, creando miliardi di pezzi microscopici che i pesci e altri abitanti dell’ecosistema scambiano per cibo e che quindi finiscono nella nostra catena alimentare.

Non ce ne accorgiamo perché si tratta di particelle piccolissime, di dimensione comprese tra 1 nanometro e 5 millimetri, denominate “micro o nano-plastiche” e i cui effetti sulla salute umana adesso non sono quantificabili. Derivano da rifiuti e, attraverso diversi percorsi, entrano nella catena alimentare arrivando fino al cibo. L’habitat privilegiato di questi minuscoli frammenti sono gli oceani, dove isole di detriti di plastica, alcuni grandi come la Francia, galleggiano in sospensione.

La zuppa di Plastica è servita

Dentifrici abrasivi che rendono il sorriso splendente; detergenti scrub per una pelle perfetta; bagnoschiuma “effetto centro benessere” per frizionare il corpo; detersivi più efficaci grazie alle microsfere pulenti. Tutto magnifico. Tranne il fatto che queste sostanze poi le ritroviamo nel pesce che mangiamo, e da lì nell’intera catena alimentare.microplastics

Circa 10 milioni di tonnellate di rifiuti finiscono ogni anno negli oceani di tutto il mondo trasformandoli in una grande discarica. Nel nostro Mediterraneo, più dell’80% è plastica. Un nemico già noto, da anni, ma recentemente è mutato: infatti la plastica non si biodegrada ma con la luce del sole si divide in parti sempre più piccole

(fotodegradazione) che alla fine vengono ingerite dalle specie marine entrando quindi nella catena alimentare.

 

Il business che spreme le arance

Le arance utilizzate per produrre i succhi che si consumano in Europa provengono per l’80 per cento dal Brasile e dagli USA. Da lì il succo viene esportato in forma liofilizzata per essere poi allungato con l’acqua nel paese di destinazione.
Dietro alla catena di produzione e fornitura c’è una manciata di multinazionali che ne detiene il controllo a livello globale e fa in modo di tenere il più possibile sotto silenzio le condizioni di lavoro, il massiccio uso di pesticidi e l’impatto ambientale che deriva dalla produzione. Una campagna europea ha condotto una ricerca in Europa e in Brasile per far luce su quel che i supermercati sono soliti occultare. Ecco i risultati.
 elsalmoncontracorriente

Gamberi al sapore di schiavitù

Come aveva rivelato nel 2013 un reportage del Guardian, frutto di sei mesi di assidue ricerche, la produzione di gamberi e gamberetti proveniente dalla Thailandia e destinata alle grandi catene mondiali è corresponsabile del lavoro in condizioni disumane di almeno 250.000 persone.

Uomini, donne e bambini letteralmente venduti alle fabbriche per sbucciare i piccoli crostacei che, costando poco, finiscono nei nostri banchi frigo e sulle tavole delle feste.

Negli ultimi anni la passione dei consumatori per i gamberi è in costante aumento.

Gli italiani sono i terzi maggiori consumatori in Europa di gamberi provenienti da aree tropicali dopo spagnoli e francesi. Un decimo dei gamberi surgelati importati dall’Ue ha come destinazione il nostro Paese: si tratta di circa 64.000 tonnellate.

 

I bambini schiavi del cacao

Bambini rinchiusi in fattorie isolate, picchiati e costretti a lavorare tra le 80 e le 100 ore alla settimana, trasportando carichi pesanti, esposti a pesticidi e agenti chimici. Spesso coinvolti in un commercio di piccoli schiavi, rapiti ai genitori o venduti ai trafficanti, che a loro volta li cedono ai padroni delle piantagioni.